LA RESA DEI CONTI
Siamo a un punto di non ritorno? Siamo in una crisi
profonda, viviamo in uno scenario surreale quasi apocalittico. Prima o poi ci
risolleveremo ma sarà tutto come prima? Andrà tutto bene come prima? Rovescio
la domanda, prima andava tutto bene? Per molti fino a un mese fa, nonostante tutto sì. Per molti eravamo sulla strada giusta, per tutti coloro che
applaudivano ai tagli alla spesa pubblica perché improduttiva, perché andava a
beneficio degli infermieri fannulloni che timbravano il cartellino senza
lavorare, alla scuola pubblica che oramai andava chiusa e privatizzata perché fatta
di insegnanti impreparati e incapaci, alle forze dell’ordine che non servivano
a niente e utili solo ai barzellettieri. Orbene oggi vedere applaudire a queste
categorie fa uno strano effetto. Oggi stiamo scoprendo l’acqua calda, che cioè
la spesa pubblica è quella che rende un paese civile, quella che permette lo
sviluppo e la crescita, quella che rende forte una nazione. La corruzione dove è finita? E’
sparita? No, semplicemente stiamo capendo che è un elemento da condannare e
combattere ma non può essere il virus che distrugge un intero sistema. L’Italia
fino a un mese fa sembrava essere anestetizzata verso una lenta eutanasia, un
paziente oramai incurabile che doveva restare immobile e inconsapevole, prima
di essere lentamente portato alla cremazione. Dico lentamente perché chi ha
attuato questo piano da 30 anni deve cancellare lentamente la memoria di quelle
politiche espansive che fino agli anni 80 ci avevano resi un esemplare modello
di sviluppo. In verità in tutto il mondo si andava in quella direzione ma noi eravamo stati più bravi degli altri. La storia per chi la conosce sa come è finita. Come diceva un emerito
professore, abbiamo buttato via il bambino con l’acqua sporca riferendosi allo
smantellamento delle grandi imprese statali, l’IRI per intenderci. Non ho
finora nominato l’Europa solo perché è stata la logica conseguenza di un progetto di abbandono di quel modello. Eravamo diventati troppo forti, troppo competitivi e questo dava
fastidio. Una nazione sconfitta della seconda guerra mondiale era diventata la
quarta potenza industriale del mondo, superando addirittura i cari cugini
Tedeschi e Francesi. Serviva un freno, un progetto che invertisse la tendenza e
la riportasse a svolgere il ruolo che meritava, un vagone e mai un locomotiva.
Così ci hanno convinto che eravamo la feccia del vecchio continente, gente che
non sa lavorare, che non sa votare, che pensa solo agli affari propri, gente
che aveva solo da imparare dai nostri amati cugini a cui davamo molto fastidio.
Avevamo bisogno di un vincolo esterno, così si diceva negli anni 90 per chi
come me ha un po’ di memoria e tutti, anche chi scrive, ci avevamo creduto. Il
sogno di un' Europa Unita che ci avrebbe liberato dalla nostra politica corrotta
e incapace, che avrebbe sanato i conti pubblici, che grazie al mercato e alla
moneta unica ci avrebbe fatto lavorare di meno e guadagnare di più, di essere
liberi di circolare senza dover cambiare le nostre lire brutte e svalutate. Avremmo dovuto cedere cedere quanto più possibile la nostra sovranità per il bene della collettività, per accrescere la solidarietà e la
cooperazione tra i popoli e soprattutto per togliere il potere dalle mani della nostra politica corrotta. Ma è stato così? Abbiamo sconfitto la corruzione? Stiamo tutti meglio? L’emergenza ha fatto risvegliare il
nostro senso di appartenenza a una nazione che si chiama Italia e non certo
Europa. Abbiamo capito quale grande affare sia stato avere la cassa in comune
con chi, da sempre, ci ha considerati stupidi e nello stesso tempo pericolosi
concorrenti. Abbiamo visto come i nostri cugini, dopo averci gentilmente
concesso di fare nuovi debiti per fronteggiare l’emergenza, al confine hanno bloccato mascherine e respiratori, mentre nel frattempo oltre oceano
e fuori dagli steccati europei arrivavano aiuti senza chiederci nulla in cambio. Abbiamo visto come in testa ai vertici ci siano persone che con le loro dichiarazioni hanno fatto crollare le borse e salire alle stelle gli interessi del nostro debito pubblico. E' sempre la solita storia ogni aiuto ci deve costare caro, molto caro. Questa volta 100 punti di spread in 2 minuti di conferenza stampa. Due minuti che hanno fatto guadagnare a chi specula 10 miliardi di interessi che saranno pagati con le nostre tasse. Immaginiamo solo quanti ospedali, ambulanze, medicinali, aiuti alla ricerca avremmo potuto sostenere con questa cifra, mentre ora ci vengono chieste donazioni proprio per sostenere queste spese. In Europa però sono troppo furbi, cercheranno di non far saltare il banco e continueranno a tenerci come il cane al guinzaglio a cui ogni tanto portare la ciotola per non farlo morire di fame. Ma stavolta dovranno stare molto attenti. Stiamo scoprendo il nostro orgoglio, quello di essere tornati
ad essere italiani, persone che oggi vengono guardate con ammirazione da tutto il
mondo e questo fa paura, soprattutto a chi oggi deve governare la nostra cassa,
a chi deve decidere come far pagare il conto di questa emergenza. Siamo in guerra e ogni guerra porta i suoi morti e le sue
macerie ma dopo ogni guerra c’è una rinascita, di quest’ ultima dovrebbero occuparsene persone coraggiose, veri statisti (finora non ne ho visti) che
pensino davvero al bene comune e non tirassero, come oramai goffamente
avviene in questi giorni, sempre l’acqua al mulino della finanza. Soprattutto serve una nuova presa di coscienza, quella di essere un popolo adulto, libero dalla Eurodipendenza,
come se senza un controllo sovranazionale non fossimo capaci di camminare da
soli e autogovernarci. L’Europa per come è stata costruita non è la causa dei mali ma è
solo una conseguenza, quella di una visione del mondo sbagliata, ma solo per
noi che perdiamo e giustissima per chi guadagna, perché siamone pur certi che
se tutti perdessero non esisterebbe più, almeno per come la conosciamo.
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